Brillo è arrivato da noi con una visione chiara: creare una distilleria che non sembrasse una distilleria. Qualcosa che unisse l’artigianalità liquoristica alla cultura pop, l’esperienza sensoriale alla sincerità di un brand che non si prende troppo sul serio. Un luogo dove anni ’80, bocciofila, neon storti e botaniche alpine convivono senza fare gli snob.
Il nostro lavoro è stato trasformare questa intuizione in un’identità completa: un sistema visivo che parte dall’anima della distilleria e arriva ovunque, dagli spazi fisici alle etichette, dai sapori ai pattern. Abbiamo costruito un linguaggio che rispecchia Brillo: diretto, ironico, sincero, capace di parlare dei prodotti senza mai diventare tecnico fine a sé stesso. Perché, come dicono loro, “fare alcolici è una cosa seria, ma non siamo cardiochirurghi”.
Dal brand manual alla produzione quotidiana, abbiamo progettato tutto: il logotipo volutamente irregolare, le regole tipografiche, la palette basata sulle fasi del processo produttivo, il pattern-code che traduce in grafica la struttura aromatica delle ricette, lo stile fotografico sottoesposto che restituisce l’atmosfera della distilleria. Ogni elemento ha una funzione narrativa prima che estetica. Ogni dettaglio è stato pensato per essere replicabile, modulare, usabile.
Il risultato è un brand che può permettersi di essere nuovo senza sembrare ingenuo, pop senza sembrare leggero, artigianale senza diventare nostalgico. Un’identità che rispecchia esattamente ciò che Brillo promette ai suoi clienti: prendere un’idea, ascoltarla davvero e trasformarla in qualcosa che si può bere, toccare, ricordare.
Per noi è stato un progetto raro: una collaborazione in cui il metodo, il tono di voce e l’immaginario si sono costruiti insieme, dal naming delle sfere aromatiche al layout delle etichette. Brillo non è solo un brand che abbiamo disegnato. È un ecosistema che abbiamo aiutato a mettere a fuoco — e che ora continua a crescere, bottiglia dopo bottiglia.








